Un'immagine di Lady Diana (Instagram @dior)
C’è qualche cosa nella vita di Lady Diana che trascende, fuor di metafora, ogni etichetta, passata o presente che sia, per andare oltre - oltre il tempo, oltre le mode, oltre i termini di paragone, posizionandosi squisitamente nel terreno del mito. Eccessivo? Nella moda come nella pubblicità, nell’immaginario collettivo, compreso quello Millennial oriented, come sui media e anche sui social media, il suo personaggio è stato mainstream prima ancora che questo termine avesse un senso, dicendo tutto quello che si poteva e si sarebbe potuto dire. Diana è tutto. La fiaba, la tragedia, la capacità di un’identificazione universalmente valida per ogni donna, lei che donna lo era all’ennesima potenza, di quella libertà in nome della quale ha saputo sfidare pregiudizi e limiti imparando a seguire solo ed esclusivamente il suo cuore. «Mi piace essere uno spirito libero. A molti questo non piace, ma è ciò che sono» ed è rimasta questa la sua bandiera, da inseguire e da proteggere, da sfoggiare come il più bel vestito e con la capacità di imporre quella deviazione dalla norma che è diventata la sua unica, sorridente regola. Tutto e il contrario di tutto, ogni cosa poteva valere e lei l’ha dimostrato nella parabola della sua vita. Una nobile che si comportava da commoner, a ritmo di tip tap e di scandalosi abiti neri; figlia del suo tempo ma squisitamente proiettata in un futuro in cui la combo fashion&pop poteva tranquillamente essere ammessa a corte; capace di vivere la fiaba lei, insegnante di asilo dallo sguardo obliquo, con una tempra fragilmente forte che ha emancipato in maniera ribelle la tradizione cambiando una volta per tutte il volto alla monarchia.
Un'immagine di Lady Diana (Instagram @dior)
E oggi, a 23 anni dalla sua scomparsa, il mondo di Diana torna prepotentemente alla ribalta anche grazie alla quarta stagione della serie di Netflix, The Crown, che racconta il chiaroscuro della vita della prima influencer ante Instagram (30 anni esatti), dal suo matrimonio con il principe Carlo alla rivalità con Camilla Parker Bowles, passando per la sua sfida umanitaria e la morte nel tragico incidente sotto il ponte parigino dell’Alma (vedere MFF 25/11/2020). E se la sua storia grida al mito, altrettanto lo fa il suo ricco lifestyle, in cui il suo stile a tutto tondo, sempre un passo avanti, sempre in grado di creare terreno fertile là dove c’era un vuoto, è ancora oggi cartina tornasole della longevità del suo personaggio, imitatissimo, rivoluzionario, didascalico nella ricchezza, inconsapevole, dei suoi insegnamenti. In cui la bellezza era data anche da un naso non perfetto esasperato da un taglio di capelli corti; dove la regalità era tutta una questione di attitude leale e gentile che prescindeva dal sangue blu e la femminilità oscillava tra un abito a meringa e un sensuale revenge dress, perché sempre assolutamente in evoluzione, anche quando poteva sembrare contradditoria. Diana era una donna, e come tale ha saputo farsi interprete delle fragilità, in primis quella con il corpo, portando sotto i riflettori la sua drammatica bulimia e anticipando di anni la tanto sbandierata body positivity. Da ragazza inadeguata come si era sentita da giovane a vittima sacrificale soffocata dalla rigidità dell’etichetta e dal disamore del marito, Diana ha saputo coltivare la parte migliore di sé, imparando ad amarsi senza riserve e a trasferire questo amore puro sul prossimo, dai suoi adorati figli al resto del mondo.
La «semplice maestra d’asilo», come lei stessa amava definirsi, Diana Frances Spencer era nata non lontano da Londra, a Sandringham, nella contea di Norfolk, il 1°luglio 1961, figlia del conte John Spencer, i cui legami con la famiglia reale risalivano ai tempi della regina Vittoria, e di Frances Ruth Roche. Quest’ultima, sfidando i pregiudizi, aveva abbandonato presto il tetto coniugale per seguire il cuore, che aveva il bel volto del facoltoso proprietario terriero Peter Shand Kydd. Diana aveva sei anni e cresceva in una bolla parca di affetto, in cui la solitudine aristocratica condivisa con i fratelli Sarah, Jane e Charles, era rigidamente sottoposta a regole austere e a tradizioni secolari imposte dalla matrigna Raine. Ex Lady Dartmouth, la nuova compagna del padre era anche figlia di quella Barbara Cartland, una delle penne inglesi più famose (terza dopo William Shakespeare e Agatha Christie) e la più rosa delle autrici di romanzi d’amore, iconica per vestire in total look pink, amatissima dalla nipote acquisita che si costruì il suo universo romantico sui best seller della nonna.
Un'immagine di Lady Diana (Instagram @dior)
Peccato che la letteratura rosa non facesse parte del programma scolastico perché avrebbe risparmiato alla giovane Diana molti malumori: ben lungi dall’essere una studentessa modello, era stata mandata in collegio a soli nove anni a Riddlesworth hall e successivamente alla West health girl’s school a Sevenoaks, nel Kent, in cui fallì per ben due volte gli esami di maturità. Se la carriera scolastica era disastrosa (del resto, nell’alta società britannica, l’istruzione non era considerata fondamentale, a maggior ragione per una donna) la stella di Diana brillava negli sport, nuoto e danza classica soprattutto, e non disdegnava la musica del pianoforte, al quale si dedicava fin da bambina. Nel 1977, dopo aver lasciato la scuola, la ragazza, al pari di altre sue blasonate coetanee, venne mandata per alcuni mesi sulle alpi svizzere, all’Institut alpin Videmanette, per seguire lezioni di etichetta, buone maniere, galateo e gastronomia. Era Diana stessa che ricordava come, fin da piccola, dicesse al padre di sentirsi diversa dalle altre e che era sicura che avrebbe sposato un uomo importante. Per il quale, ovviamente, era giusto che si preparasse.
Al compimento della maggiore età, i genitori regalarono alla figlia un appartamento a Londra nell’Earls court dove la ragazza si trasferì con alcune amiche cominciando a mantenersi come maestra presso un asilo infantile e frequentando un gruppo di ragazzi e ragazze della sua stessa estrazione sociale, aristocratici e benestanti, che gravitavano nell’area londinese tra Sloane street e Sloane square, all’inizio di King’s eoad e che la rivista Harpers & Queen aveva soprannominato Sloane ranger. Quella che si configurò come l’alternativa perbene alla Londra punk di fine anni 70, annoverava giovani rampolli destinati a ereditare patrimoni terrieri che nel frattempo studiavano da avvocati e da broker indossando blazer in tweed, pullover in shetland, avevano le Hunter ai piedi e l’immancabile Husky. Ricchi e sensibili, si accompagnavano a fanciulle in bluse di Laura Ashley, gonne a pieghe, scarpe basse e filo di perle al collo di cui Lady Diana Spencer era testimonial d’eccezione, una ragazza con pochi grilli per la testa e il cuore già rivolto alle prime associazioni benefiche alle quali dedicava il suo tempo libero.
Un'immagine di Lady Diana (Instagram @dior)
«Aristocratica, di bell’aspetto, benestante: sarebbe la moglie perfetta per Carlo», titolavano le prime pagine dei giornali inglesi all’indomani delle prime indiscrezioni relative ai corteggiamenti insistenti che vedevano protagonista il figlio della regina d’Inghilterra, primo designato alla successione al trono, e la diciannovenne Diana. I due, che si erano conosciuti tempo prima in un’occasione ufficiale, si erano studiati da lontano, a tal punto che Carlo stesso aveva avuto tra i suoi flirt proprio la sorella di Lady D, Sarah. La timeline della loro tragica relazione ebbe, però, inizio un fine settimana di luglio del 1980 nella casa di un amico comune, nel Sussex: se la vulgata vuole che il principe, poco cavallerescamente, avesse unito parole consolatorie per la morte del di lei zio Lord Mountbatten al gesto impetuoso con cui la prese tra le braccia, sono molte le versioni che circolano su come fossero andate realmente le cose. Al netto delle supposizioni, la ragazza aveva il pedigree perfetto per accompagnarsi all’erede al trono, verginità compresa, e piaceva molto alla regina tanto che furono sufficienti due mesi prima che Diana fosse ufficialmente invitata a Balmoral, la tenuta privata della famiglia reale nelle Highlands scozzesi.
Da quel settembre 1980 la vita privata di Diana scomparve. Letteralmente assediata da orde di giornalisti che la seguivano qualunque cosa facesse, sulla ragazza si riversò un’enorme e continua pressione mediatica che esplose definitivamente il 24 febbraio 1981 quando il principe Carlo, che l’aveva chiesta in sposa al Castello di Windsor, annunciò il fidanzamento con lei. «Ti amo» gli aveva risposto lei sgranando gli occhi azzurri, «anche io, qualsiasi cosa significhi l’amore», aveva nicchiato lui. Le premesse per la favola romantica erano un po’ scricchiolanti, soprattutto perché sulla coppia reale, che si era vista solo 13 volte prima di rendere ufficiale la relazione, aleggiava il fantasma di Camilla Shand con la quale Carlo aveva una relazione da una decina di anni. Profondamente invisa alla regina Elisabetta, la donna aveva sposato nel 1973 Andrew Parker Bowles ma non aveva mai smesso di frequentare l’amante, di cui era coetanea (Diana, invece, aveva 13 anni meno del futuro marito) ed era presto diventata anche amica della fidanzata ufficiale, che in lei vedeva una presenza rassicurante. La verità Diana l’avrebbe scoperta solo qualche mese dopo, ma le prime avvisaglie si erano avute quando, alla partenza di Carlo per l’Australia, Diana fu vista piangere sulla pista dell’aeroporto di Heathrow perché l’amato, che le sarebbe stato distante per cinque settimane, aveva passato i momenti prima della partenza al telefono proprio con Camilla. Era stata Diana stessa a ricordare a quanta determinazione aveva dovuto fare appello per non lasciarsi sopraffare dai dubbi e dalla solitudine alla quale sembrava, una volta di più, condannata. Ma non poteva farci nulla, il suo nome era già sugli asciugamani, come aveva chiosato la sorella di fronte alla sua volontà di annullare il matrimonio. Non ci volevano le luminose per capire che Carlo e Diana non erano fatti l’uno per l’altra: tanto lei era innamorata dell’amore che ricercava in maniera spasmodica, quanto lui era anaffettivo e ricco di interessi culturali che lei non aveva. Oltre ad avere nel cuore un’altra donna. È probabile che Carlo pensasse di poter continuare a fare i suoi comodi una volta espletati i suoi doveri coniugali (ovvero una moglie all’altezza che mettesse al mondo il suo erede), esattamente come avevano fatto i suoi genitori prima di lui. Non aveva tenuto in giusta considerazione Diana, però, che della famiglia aveva un concetto diverso in cui l’amore faceva la differenza.
Lady Diana insieme al Principe Carlo (Instagram @thecrownnetflix)
Un’altra cosa che Carlo aveva trascurato era la forza nascente del personaggio Diana. Anche dopo che fu annunciato il fidanzamento, tutti i riflettori erano per lei: lei che abbandonava il suo appartamento della City per trasferirsi a Clarence house; lei che si faceva vedere nella campagna inglese in Barbour e maglioni grossi e andava in palestra in felpa oversize; lei che oscurava il futuro coniuge alla prima uscita ufficiale indossando, contro ogni etichetta, un sensuale abito nero che le lasciava scoperte le spalle, incantando con i suoi modi anche un’altra principessa amatissima, Grace di Monaco. Dalle teste coronate al mondo intero il passo fu breve e bastò il matrimonio più mediatico della storia a fare il resto. Il 29 luglio 1981 una folla di 600 mila persone assiepate lungo le strade di Londra e oltre 750 milioni di telespettatori in tutto il globo seguirono il Royal wedding del secolo nella St Paul’s cathedral in quello che Diana avrebbe poi definito come «il peggior giorno della mia vita». Pare che, qualche attimo prima di salire sulla carrozza di cristallo che l’avrebbe portata in chiesa, lei avesse trovato il dono che Camilla aveva fatto a Carlo per le nozze, vale a dire una coppia di gemelli con intrecciate le lettere C, iniziali dei due amanti. Ma sete, pizzi antichi, metri di taffetà color avorio e lo strascico da record dell’iconico abito da sposa firmato David ed Elizabeth Emanuel non fermarono la favola della principessa triste, che disse: sì lo voglio. Con le lacrime agli occhi e la fame, letteralmente parlando, nel cuore.
Nel controverso libro Diana: Her true story scritto da Andrew Morton con la collaborazione (segreta) della stessa principessa del Galles che gli aveva fornito le registrazioni audio, Diana rivelò come, una settimana dopo il fidanzamento con Carlo, avesse cominciato a soffrire di bulimia. Che aveva avuto origine da un commento poco felice del novello fidanzato che l’aveva definita «cicciottella» ma che poi divenne il modo preferito con cui la principessa cominciò a sfogare le sue nevrosi. Perché se «Shy D» era diventata, suo malgrado, la donna del momento, la sua vita era tutt’altro che da copertina. Oggetto delle gelosie del marito che non amava essere surclassato da lei in quanto a popolarità, le cose peggiorarono con la nascita di William prima (1982) e di Harry (1984) poi, seguite entrambe da depressioni post partum e dal ritorno sulla scena di Camilla. Ma Diana nemmeno questa volta si lasciò abbattere. La sua vocazione materna si espresse perfettamente nel rapporto con i figli di cui era profondamente innamorata che, contro ogni tradizione, fece crescere sotto la sua ala protettiva e illuminata, scegliendo per loro un tenore di vita il più normale possibile e rinunciando spesso a incarichi ufficiali per rimanere al loro fianco, financo per accompagnarli personalmente a scuola.
Lady Diana insieme al Principe Carlo (Instagram @thecrownnetflix)
«Anche se stai male, sii felice»: novella Marilyn Monroe con i diamanti al posto dei lustrini, Diana girava il mondo con il sorriso sulle labbra, non solo per presenziare agli eventi ufficiali accanto al marito ma anche per soddisfare quell’inclinazione all’ impegno sociale che sentiva squisitamente nelle sue corde e che si concentrò, come già in passato, sui più deboli. Sua Altezza Reale continuò a rappresentare in maniera ineccepibile la Corona inglese orientando i suoi incontri ufficiali a sostegno di cause umanitarie. Diana si muoveva tra ospedali e orfanotrofi, occupandosi di lebbrosi, di malati di Hiv, di tossicodipendenti e di vittime di guerra; affiancò personaggi come Nelson Mandela e Madre Teresa di Calcutta e il suo impegno la portò anche a occuparsi in prima persona, con elmetto e giubbotto protettivo, della piaga delle mine antiuomo.
La donna più fotografata del mondo era diventata anche quella più elegante, segno che la sua storia d’amore con la moda era, invece, più che feconda, grazie anche alla complicità di Anna Harvey, figura mitica di Condé Nast Uk che per prima le instillò quel senso dello stile che non abbandonò più e che, addosso a lei, diventava un ulteriore strumento di comunicazione per lanciare messaggi. Così se il fiabesco abito azzurro firmato Catherine Walker con il quale volteggiò con Carlo durante il Royal tour in Australia seguito al matrimonio rappresentava in tutta la sua pienezza il sogno principesco esportabile a ogni latitudine, il Travolta dress con il quale ballò con John Travolta alla Casa Bianca nel 1985 riassume tutto l’entusiasmo di una giovane donna che, nonostante tutto, non avrebbe mai rinunciato ai suoi desideri. Senza parlare del celeberrimo Revenge dress con cui, una decina di anni più tardi, Diana, all’indomani della confessione dell’infedeltà di Carlo, consegnava al mondo la sua bollente risposta di donna tradita che rinasceva più bella e più forte di prima da una rottura amorosa presentandosi a un party nel cuore di Londra vestita in maniera sensuale. Una dichiarazione di intenti, firmata Christina Stambolian, con la quale la principessa si riprendeva finalmente quella vita che, prima di quel giugno 1994, era stata un girotondo instancabile di cerimonie pubbliche e cause umanitarie minata dalla fine del suo matrimonio, annunciato in mondovisione nel dicembre del 1992 dal primo ministro britannico John Major. I ripetuti tradimenti di Carlo ai quali Diana rispose con la presunta relazione con il maggiore James Hewitt culminarono con le due interviste tv con le quali i due oramai ex coniugi posero fine alla loro mediaticissima favola d’amore.
Quello che per la monarchia era una dramma, per Diana fu causa di un’immensa tristezza: un matrimonio da subito troppo affollato, che culminò con il divorzio ufficiale nel 1996 e la perdita del titolo di Sua Altezza Reale. Ma che fu, di fatto, l’inizio di un breve ma intenso capitolo della nuova vita della Principessa del Galles, appellativo che mantenne a corollario del suo nuovo ruolo di regina ante litteram delle influencer. La popolarità fu messa a disposizione delle sue battaglie: sempre impeccabile, con il suo pixie haircut leggendario (e copiatissimo dai parrucchieri di tutto il mondo), passava da un ricevimento a un paese martoriato dalla guerra con lo sguardo a pungere l’orizzonte e non più abbassato ritrosamente. Il suo guardaroba, finalmente libero dai doverosi tributi agli stilisti inglesi, rifletteva il cambiamento abbracciando marchi globali, soprattutto francesi e italiani, e la faceva svettare su tacchi altissimi che sancivano, una volta per tutte, l’emancipazione da Carlo (che la obbligava a scarpe rasoterra per non farsi sovrastare) e dai rituali di corte. Contemporaneamente l’orlo dei suoi vestiti si accorciava e le scollature diventavano più profonde, “protette” da quelle cleavage bag, le mini clutch in satin che Diana si era fatta realizzare dall’amica Anya Hindmarch e con le quali usava ripararsi quando era assediata dai flash dei fotografi. E ancora l’amicizia con Gianni Versace che realizzerà per lei abiti iconici dalle silhouette sensuali ma eleganti in cromie forti; la liason con Tod’s che la vestiva nelle occasioni più casual e la accompagnava, con i suoi mocassini, nei territori minati nell’Angola; il privilegio (rarissimo) di vedersi dedicare dalla maison Dior una borsa, la Lady Dior, originariamente battezzata Chouchou, che Bernardette Chirac aveva regalato a Diana e che diventò, da quel momento, la sua borsa preferita entrando così nella storia (dove ancora oggi occupa un posto privilegiato come dimostrano le continue rivisitazioni alle quali si presta, vedere MFF 12/11/2020). Diana fece così il suo ingresso nell’olimpo delle donne meglio vestite del pianeta, quella che tutte le altre volevano imitare e alla quale gli stilisti guardavano come musa, al cui stile ancora adesso la moda si ispira (vedere MFF 31/8/2020).
Una donna follemente innamorata della vita e soprattutto dei suoi figli, per i quali voleva un’esistenza il più possibile normale, in cui l’amore, le emozioni, l’empatia e il rispetto per il prossimo fossero prioritari; una donna che non disdegnava la compagnia di altri uomini, moltissimi, secondo i gossip; solo due, secondo i biografi ufficiali, ma che era solo alla ricerca di qualcuno che si prendesse cura di lei. Che fosse il cardiochirurgo pakistano Hasnat Khan o quel Dodi Al-Fayed, figlio del proprietario dei grandi magazzini Harrods di Londra, morto con lei nel tragico incidente nella notte del 31 agosto 1997, poco importa. Solo che il mondo se ne accorse in ritardo e si unì in un cordoglio senza fine al suono di Candle in the wind, l’addio musicale che Elton John le aveva riservato, radunandosi per settimane lungo le inferriate di Buckinhgam palace e ricoprendo di mazzi di fiori l’area intorno a Kensington palace, facendo di Diana la protagonista di una storia senza fine che ancora oggi continua.
Quella di una ribelle che voleva essere solo una donna libera di vivere la sua favola, che era stata ingannata da un uomo che non l’amava e da una famiglia reale che la voleva relegata al semplice ruolo di madre dell’erede al trono, che non si era mai rassegnata alla gabbia dorata nella quale era costretta. Protagonista, suo malgrado, di un reality prima ancora che i reality fossero inventati; messa alla gogna da una società che non le lesinava le critiche ma che aveva bisogno del suo spirito anticonformista per rinnovarsi alla quale lei rispondeva procedendo dritta per la sua strada, fiera, bellissima, autentica. Una donna che ha vinto la sfida contro la sottomissione di secolare memoria mostrando la sua grinta benvestita e andando sempre alla ricerca della felicità per sé ma prima di tutto per chi amava, che fossero i suoi figli o i bisognosi di tutto il mondo. Una principessa senza regno, ma una principessa di cuori. (riproduzione riservata)
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